Ordinazione presbiterale don Paolo Vitale

Chiesa Cattedrale, solennita dei Ss. Pietro e Paolo
29-06-2018

Oggi la nostra Chiesa di Alife-Caiazzo vive ancora la straordinaria esperienza della maternità, generando un nuovo presbitero. E’ una gioia che ci raggiunge dopo 3 lunghi anni dall’ultima analoga ordinazione e che ci rammenta il dovere di pregare e lavorare per le vocazioni sacerdotali e per tutte le vocazioni, senza le quali la Comunità cristiana invecchia e si avvita su prospettive tristi e rinunciatarie tipiche dell’età avanzata, perdendo slancio ed entusiasmo. Infatti, uno dei risvolti positivi di una ordinazione sacerdotale è costituito proprio dal fatto che essa nasce dalle viscere di una Chiesa, che a tale evento si predispone e, predisponendosi, si arricchisce, cresce e si rinnova. Può capitare ad una Diocesi, in momenti di emergenza, di ricorrere all’aiuto di Comunità sorelle. E questo talora può costituire anche un arricchimento, ma una chiesa che ha soltanto sacerdoti importati è una Chiesa sterile. E’ giovane e feconda quella che è capace di generarli dal proprio grembo.

Ogni nascita giunge dopo un lungo percorso di gestazione e di preoccupazioni: anche questo bellissimo momento, tanto atteso e desiderato, giunge dopo un cammino durato 11 anni. Un percorso nel quale, caro don Paolo, hai attraversato momenti felici e intensi, ma anche ostacoli imprevisti e soste forzate, attraverso cui il Signore ti conduceva, aspettando di volta in volta il tuo sì. Come nel caso di una madre che partorisce, oggi prevale la gioia. Le “cose di prima” non sono più. Tuttavia l’esperienza di questi anni di formazione rimarrà sempre a testimoniarti che il Signore cammina e ti camminerà a fianco e che l’atteggiamento vincente è quello di fidarsi sempre di lui, che è fedele e non tradisce mai.

Questo ti testimonia stasera anche la tua Chiesa che ti è accanto e ti affida al Signore: in particolare la tua Parrocchia di Alife che ha tanto pregato per la tua vocazione, soprattutto in questi ultimi giorni felici della missione cittadina; i tuoi confratelli Sacerdoti; la tua famiglia che ti ha accolto con amore, ti ha seguito finora, fidandosi di Dio, con l’esempio e il sostegno perché si realizzasse il progetto del
Signore nella tua vita; i tuoi Superiori ed amici di Benevento (S.E. Mons. Francesco Zerrillo; il Rettore, d. Pietro Florio (auguri!); il P. Spirituale, don Leonardo Lepore..) che hanno sostenuto il tuo discernimento e ti hanno aiutato a dire il tuo sì motivato e sereno alla divina vocazione; le persone che hai incontrato durante l’esperienza della Comunità “Il Mandorlo”, tanti amici del Rinnovamento nello Spirito ed infine le Comunità parrocchiali, e soprattutto i tuoi giovani, di Pontelatone, di Piana di Monte Verna e di Castel di Sasso, che nell’ultimo tratto del tuo cammino verso il presbiterato hanno donato alla tua vocazione la concretezza, la gioia e l’entusiasmo di dedicare la tua vita totalmente e per sempre al Signore.

Oggi non ricevi un dono che riguarda solo te. Nella fede non esistono privilegi personali che escludono i propri simili o ne prescindono. Da oggi la tua vita approfondisce e specifica quella dimensione dell’essere per gli altri, che costituisce l’essenza della vita cristiana, che è immagine del NOI trinitario, del Dio-amore che ci rivela Gesù. La vita cristiana infatti o è manifestazione della comunione divina ed è alternativa all’individualismo mondano, o non è e non ha motivo di essere. Cosa significa essere ordinato prete? Certamente non ricevere poteri spirituali da spendere individualisticamente a vantaggio proprio o di persone vicine o amiche. (Questa visione del presbiterato è la tomba di tante vite sacerdotali e di tante Comunità. Purtroppo!). Da oggi tu sei per tutti. Non sfugga nessuno alla tua attenzione, abbi la stessa premura e lo stesso affetto per quanti incontri, secondo lo stile di Dio che “non fa preferenza di persona” (At 10,34). Oggi tu, con l’Ordinazione, entri in una famiglia, il presbiterio, cioè in una “squadra” che collabora con il Vescovo, successore degli Apostoli, per annunciare la felicità del Regno di Dio. Fuori di questa squadra saresti un illuso che crea sofferenze e divisioni inutili e rallenta l’avanzare del Regno.
I tuoi rapporti con il Vescovo e con i Confratelli, pertanto, non sono un fatto secondario, opzionale, dettato dalla buona educazione, da canoni moralistici, da simpatia, da opportunismo o da quieto vivere, ma da esigenze più profonde, strutturali, che vanno coltivate e perseguite, pena il risultato di lavorare invano e di diventare inutile: una scheggia impazzita e scontenta, che non riesce a frenare critiche e chiacchiere talora neanche quando celebra l’Eucarestia; un tralcio secco che diventa intralcio all’annuncio del Regno. Il Libro del nostro Sinodo definisce “fondamentale il rapporto del presbitero con il Vescovo” perché “fondato sulla dimensione sacramentale”, che gli dà “titolo ad esercitare il proprio ministero nella parrocchia o negli uffici affidatigli. Egli è strutturalmente ‘collaboratore’ del Vescovo, che rende presente quando esercita il suo ministero e soprattutto quando celebra l’Eucaristia”. Afferma inoltre che “la comunione del singolo prete con il presbiterio – e di questo con il Vescovo – è la conditio sine qua non della legittimità del ministero e dell’autentica spiritualità del sacerdote diocesano, prima ancora che condizione ottimale per svolgere al meglio le attività pastorali”. (Libro del Sinodo, IV, 96)

Le letture di oggi, prese dalla Liturgia della Solennità degli Apostoli Pietro e Paolo, offrono spunti bellissimi per comprendere il dono e il mistero del Presbiterato. Tutto il brano del Vangelo è centrato su una domanda che ha per contenuto il rapporto dei futuri Apostoli con Gesù: “Ma voi chi dite che io sia?”. E’ Pietro che, superando la tentazione di girarci intorno, risponde: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”( Mt 16,15-16) , cioè Lo riconosce come il Figlio inviato da Dio, come la grande opportunità offerta agli uomini di essere figli e fratelli, di essere famiglia in terra come le tre Persone lo sono in cielo. Questa risposta produce nell’interlocutore di Gesù (come in quanti sono chiamati ad essere pastori) effetti strabilianti. Egli è definito “beato”, felice, perché sintonizzato con Dio; cambia nome da Simone, cioè da individuo, e diventa Pietra, cioè persona in riferimento ad un progetto e agli altri; uno che non vivrà più per sé, ma per essere fondamento di una casa, la Chiesa, che anche per la sua fede diventa stabile e rifugio sicuro per i fratelli; uno dal quale dipenderà la riuscita e la vita buona degli altri; uno al quale Cristo affida la Chiavi del Regno, cioè la possibilità di condurre nella logica di Dio e di costruire il progetto di umanità nuova che è nel cuore del Padre.

Tutto dipende dalla fede di Pietro, così come nel c. 21 del Vangelo di Giovanni, tutto dipende dall’amore di Pietro. Il pascere e il legare, tipici della missione dell’Apostolo dipendono dal suo rapporto di fede e di amore con Gesù. Caro don Paolo, ti auguro che questa parola si imprima fortemente nel tuo cuore: essa ti ricorda che la prima cosa che devi curare è il tuo rapporto con Gesù. È questo che ti dà titolo ad essere prete e pastore, e ti renderà felice. Ti chiedo e ti chiediamo di curare la tua vita di preghiera. La gente ti cerchi perché vede nei tuoi occhi, quelli di una persona che incontra il Signore, si affida totalmente a lui e Lo ama. Fuori di questo rapporto la tua vita rischia di essere inutile e infelice, tesa a rincorrere altri obiettivi che nulla hanno a che fare con la chiamata del Signore. Come Pietro, non ti nascondere dietro risposte vaghe o le chiacchiere della gente, che renderebbero il tuo parlare e la tua predicazione inutili “discorsi da bar” o occasione per sciorinare una erudizione che non serve ai tuoi fratelli, ma soltanto ad illuderti di essere “qualcuno”, a solleticare vanità personali e a produrre frustrazioni. Chiedi al Signore di poter dire, come Paolo alla fine della vita, “Ho conservato la fede”(2 Tim, 6). Aiuta i tuoi fedeli e i tuoi confratelli ad acquisire il piacere e la gioia di rispecchiarsi quotidianamente nel Volto di Dio con la preghiera. Non permettere che la logica di vivere prescindendo da un Dio che si predica per mestiere, entri nella tua vita. Impara a soffrire quando vedi che i Confratelli o la tua gente non pregano e prega tu per loro, senza giudicare nessuno.

Quando Gesù parla della gente, parla di qualcosa di prezioso che gli appartiene. Nei confronti della gente non sentirti mai un privilegiato, un padrone o un maestro che deve indottrinare. Non mettere mai a tacere gli altri con la motivazione che tu sei prete e quindi superiore. Il prete, come una madre, dimostra sempre e solo la sua “superiorità” nell’amore e nell’ascolto premuroso. Il dono del presbiterato ti
conforma a quel Gesù che non è venuto per essere servito e per dominare i fratelli, ma per servirli e dare la vita per loro (Cfr. Mt 10,45). Pensa sempre che sei solo un umile servo che sta collaborando con il Signore. Allora non essere di quelli che spadroneggiano con i fratelli, soprattutto con “i piccoli”, o che si sentono depositari della verità, o che considerano il presbiterato come l’assegnazione di poteri feudali da esercitare autonomamente. Mettiti con umiltà in ascolto della gente, con la consapevolezza che prima di te, nel loro cuore, è passato il Signore. Non vedere nei loro problemi la richiesta di ricette che tu possiedi, ma il desiderio di trovare uno che appartiene al Signore e che dice con le sue scelte e i suoi gesti concreti che il Vangelo è possibilità di vita buona, è possibilità vera di umanità. Prima di pretendere di riempire gli altri di verità, mettiti in ascolto non solo del Signore, ma anche della gente: questa ti farà capire il senso della vita e ti insegnerà ad annunciare essa stessa il Vangelo, fuori da schemi libreschi e farisaici. Ricordati che Dio si rivela sempre e solo quando siamo capaci di usare misericordia, cioè di dare la vita come il seno materno.

Le letture di oggi iniziano con uno scenario tragico, quello della persecuzione…(Cfr. At 12, 1-11) Io ti auguro che nella tua vita non manchi la persecuzione. È il segno che stai annunciando Gesù. Evita la ricerca spasmodica del consenso che ti porterebbe a svendere il Vangelo. Ricordati che il Signore ti chiama ad esercitare la profezia. Purtroppo, celebrando solennemente le Feste di tanti Martiri venerati nei nostri paesi, spesso dimentichiamo che sono morti perché hanno preferito al facile consenso derivante dal compromesso, la fedeltà al Signore e al suo Vangelo. Come a Gesù nella Sinagoga di Cafarnao (era un contesto religioso!!!???), anche a te quelli che sono posseduti dallo spirito del mondo diranno “Che c’entri tu con noi…? …Sei venuto a rovinarci!” (Cfr Mc 1,24). Soffrirai, ma Gesù ti farà capire che sta dalla tua parte e questo ti darà una gioia immensa, quella beatitudine profonda che Gesù annuncia a Pietro: “Beato te!” e promette a coloro che “sono perseguitati per la giustizia” e, “per causa sua”, saranno insultati, perseguitati e calunniati (cfr Mt 5, 10-11).

Quando sono diventato vescovo, mi hanno chiesto di scegliere un motto. Erano gli anni del Pontificato di Benedetto XVI, il Papa teologo, e molti vescovi eletti cercavano, per stare al passo con i tempi, frasi bibliche dotte e pregnanti…
Davanti al Signore mi sono chiesto cosa fare, e mi è venuta in mente la bella immagine della Madonna della Fiducia, che ha accompagnato gli anni della mia formazione seminaristica e mi ha insegnato a fidarmi di Dio; ed anche una bellissima frase incisa su un deliziosa maternità presente nella Villa estiva del Seminario Romano a Roccantica “In sinu tuo, Mater dulcissima, cum Jesu orem et requescam” (Che in braccio a te, o Madre dolcissima, con Gesù possa pregare e trovare riposo!”). E continuando a riflettere su cosa deve fare un pover’uomo cui viene affidato il grave compito di Successore degli Apostoli, ho concluso che l’unica scelta era quella di fidarsi di Dio come Maria. Mi ricordai, inoltre, che un
predicatore un giorno ci disse che Maria è maestra di fiducia non soltanto verso Dio, ma anche verso i fratelli. Ci insegna a dare fiducia al bene che è nel cuore degli altri. E ho scelto il motto “Fiducia mea est in te!” Mi affido a te!”.
Caro Paolo, mentre comincia la tua missione di sacerdote di Cristo, penso alla gioia di Dio per il tuo “si” e penso ai tanti volti della persone che hanno atteso questo giorno e a quelli che incontrerai nel tuo ministero, e, talora nella gioia, tal’altra nella sofferenza, partorirai alle prospettive del Regno. Penso alla tua giovane età e sento il timore di porre sulle tue spalle un peso e una responsabilità così grandi… Ma ricordando gli inizi del mio sacerdozio e del mio episcopato, ti affido a Maria. Ella che ti sta guardando dal grande affresco del Bocchetti, mentre ti doni al Signore, sia la tua maestra nella fede e nella passione per i fratelli. E non temere!

Piazza Vescovado, Alife, CE, Italia